Un indiano, in piena seconda guerra mondiale, sta seduto in una sala della biblioteca di New York: porta un copricapo tradizionale di penne di uccello, legge e prende appunti con una penna Parker. Di fronte a lui un Claude Lévi-Strauss folgorato da quell’immagine: il grande antropologo, tuttavia, sbaglia interpretazione. Quello che sta vedendo non è una prova della persistenza del passato che scompare, ma il segno di un nuovo meticciato, un frutto puro che impazzisce, come lo definirebbe James Clifford, che inserisce questo ricordo nel suo l frutti puri impazziscono. Le cose cambiano, evolvono, si mescolano in forme che mai ci saremmo aspettati.

Settanta anni dopo, con gli smartphone che hanno sostituito la penna Parker, questa sembra l’immagine migliore per parlare di The rider, un film toccante, spiazzante, un “quasi documentario” che racconta una storia di indiani e cowboy come mai avevamo visto. Chloé Zhao, la regista cinese, utilizza attori non professionisti che recitano davanti alle telecamere la loro vita quotidiana, per raccontare la storia di un gruppo di cowboy del Sud Dakota, che vivono addestrando cavalli e partecipando a rodei dove cavalcano cavalli e tori selvaggi. I rischi che fronteggiano, la brevità inevitabile di una carriera professionale in cui rompersi l’osso del collo è una prospettiva decisamente realistica, sono una parabola della vita stessa e dei suoi incerti. Vita che da queste parti è piuttosto dura, soprattutto se sei un discendente dei Lakota Sioux e il frutto puro impazzito del meticciato ti ha trasformato in una versione gentile del cowboy tutto muscoli a cui il cinema ci ha abituato.

Alcolismo, disagio, disoccupazione, povertà e straniamento sono gli ingredienti, i tratti distintivi di una società crudele, raccontata da un fotografia impeccabile che utilizza la luce delle albe e dei tramonti per raccontare le ombre che avvolgono le vite dei protagonisti. Sembra una versione distopica di Balla coi lupi, dove buoni e cattivi erano distanti anni luce nonostante calcassero le stesse praterie sterminate. Qui, 130 anni dopo Wounded Knee, indiani e cowboy, vincitori e vinti, attori e personaggi reali sono le due facce di una stessa medaglia: quando cade un cowboy si rialza sempre, ma qualcosa si rompe, qualcosa si è rotto oggi, ieri o nel 1890. E non c’è modo di ripararlo. Possiamo solo farci i conti.

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